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Come vivere la montagna in maniera più sostenibile? Vi parliamo di trekking in autonomia

La filosofia di vita "zero waste" applicata al mondo della montagna

Elisa Bessega e Leonardo Panizza sono due ragazzi che vivono a Trento e con una grande passione per i trekking in autonomia, in un modo molto rispettoso nei confronti della natura che li circonda, cercando di lasciare meno tracce possibili del loro passaggio.

Abbiamo avuto modo di intervistarli un giovedì, in occasione dei nostri appuntamenti su facebook: “chiedi all’esperto”, potete trovare QUI il video.

Elisa e Leonardo, con la loro filosofia dell’andare in montagna, sono ambasciatori del marchio di calzature Aku, azienda italiana con la quale hanno trovato da subito una forte sintonia di ideali.

Aku, da parte sua, è molto attenta all’impatto ambientale dei propri prodotti, per questo motivo, tutta la filiera è controllata, dalla produzione, che cerca di limitare al minimo l’impatto ambientale, all’organizzazione industriale e la trasparenza sull’origine del prodotto.

Ma torniamo ad Elisa e Leonardo, li abbiamo conosciuti per via della loro Traversata del Lagorai in autonomia, e la loro storia ci ha davvero incuriosito. Ecco di seguito l’ intervista:

Come avete iniziato ad andare in montagna?

Leonardo:  “sono trentino nato e vissuto in montagna. La frequento fin da quando ero piccolo “obbligato” dalla mia famiglia. Se da bambino la vivevo come un gioco, tra i 16 e i 20 anni ho avuto un periodo di rifiuto, per poi tornare gradualmente ad apprezzarla. Da grande ho riscoperto  tutte le attività che la montagna aveva da offrire, dall’arrampicata, il trekking, le vie sportive, lo sci alpinismo e con l’aiuto delle Guide Alpine, piano piano ho ripreso coscienza del territorio. Una cosa che per me non è mai cambiata, è stato il sentimento che mi muoveva per andarci, la volontà di esplorazione, il senso di scoperta del territorio”.

Elisa: “Ho iniziato a frequentare la montagna recentemente, da un paio di anni. Sono originaria di Padova, mi sono trasferita a Trento per motivi di studio, e per i primi anni la montagna lo sport erano cose che non facevano per niente parte di me. Poi, casualmente, durante una passeggiata in un bosco ho avuto una forte sensazione di sintonia, che non avevo mai provato non avendo mai frequentato la montagna. (Solo nelle vacanze da bambina.) Da lì è scattata una scintilla ed ho iniziato ad andare tutti i giorni, partendo dalla collina dietro a casa, fino ad appassionarmi al trekking, l’arrampicata, lo sci alpinismo, l’alpinismo. Assieme alla passione per l’ambiente è nato l’interessamento per la filosofia di vivere una vita meno impattante. Non so se sia nato da una volontà di restituire alla natura tutte le sensazioni che mi aveva donato, fatto sta, che per qualche motivo ho iniziato a sentirmi partecipe e che non ci fosse un vero confine tra me e la natura che mi circondava e ho iniziato a vivere seguendo la filosofia zero waste anche nella vita quotidiana. Questa ideologia si impegna a ridurre al minimo la produzione di spazzatura attraverso l’autoproduzione, l’acquisto consapevole ed una serie di stratagemmi che permettono di ridurre al minimo l’impatto concreto del numero di volte che buttiamo la spazzatura.”

Come vi muovete in montagna?

“Ci piace vivere la montagna cercando di lasciare meno tracce possibili del nostro passaggio ed in autonomia. Spesso, nelle nostre uscite ci piace giocare a pensare che “il rifugio non esiste” per vedere se siamo in grado di cavarcela lo stesso, per passare più tempo da soli ed in contatto con la natura. E’ un gioco che funziona e che ci diverte e che continuiamo a fare. Un gioco che non possiamo fare solo noi, ma che possono provare a fare anche gli altri.

Questo nostro modo di andare in montagna si collega anche ad un’idea più vasta che c’è dietro, che è quella di lasciare meno tracce possibili del nostro passaggio. L’ autonomia infatti non è per noi una sfida sportiva ma una sfida personale per non lasciare traccia ed entrare più in contatto possibile con la natura. Un modo di muoversi che ci fa riflettere su tutti gli aspetti ai quali possiamo andare incontro, sulle vere cose che abbiamo bisogno, che va dai mezzi di trasporto, all’organizzazione del cibo. Un gioco di riflessione che con le attività preorganizzate non ce ne si rende conto.

La sfida diventa proprio l’organizzazione in sé dell’uscita.”

trekking in autonomia

Introduciamoci nell’argomento: Che cos’è e come si organizza un trekking in autonomia ad impatto zero?

Leonardo: “ io mi sono avvicinato a questa filosofia ad impatto zero grazie ad Elisa. Come molti montanari, sebbene a casa facessi la raccolta differenziata, in montagna spesso mi ritrovavo a produrre più spazzatura del solito perchè mi ritrovavo ad acquistare confezioni monoporzione. Su questo ho sempre chiuso un occhio perchè era “solo per quella volta”.

Poi Elisa mi ha introdotto alla sua filosofia e mi sono reso conto che innanzitutto ci si muove in ambiente in maniera molto più rispettosa, e poi si ha un forte guadagno in termini di peso e a livello pratico. Per organizzare un trekking in autonomia, bisogna poi essere consapevoli dei propri limiti a livello conoscitivo e fisico per poter disegnare un itinerario di conseguenza.”

Che cosa cambia a livello organizzativo il fatto che ci siano o no i rifugi?

“Questa è la chiave principale della nostra scelta di autonomia. Il rifugio fornisce tutto ciò che altrimenti dovresti organizzarti da solo: offre, riparo per la notte in caso di maltempo, nutrimento e acqua, punti di riferimento ed informazioni; tante volte il rifugio è anche la destinazione di una gita. Se i rifugi non ci sono bisogna organizzarsi da soli per risolvere a tutti questi punti.

Per dormire ci si può organizzare con la tenda o informandosi sulla presenza o meno di bivacchi, nella zona che si intende frequentare. Nutrimento e acqua sono un altro punto fondamentale per la preparazione di un trekking ad impatto zero.

Vorrei precisare che l’impatto zero non esiste, ma possiamo cercare di muoverci nel pieno rispetto dell’ambiente senza precluderci il fatto di andare. Tra i vari modi in cui ci si può muovere in montagna si può scegliere quello che lascia meno tracce possibili.

Organizzare un trekking che non lascia traccia vuol dire rendersi conto di quali tracce possiamo lasciare. La prima e la più evidente è la spazzatura lungo il percorso, sembrerà banale, ma se ne trova ancora tantissima ed il modo migliore per non lasciare spazzatura in giro è quello di non produrne dall’inizio. Per fare questo noi autoproduciamo tutti gli alimenti che ci possono essere utili nei nostri giorni di trekking, in questo modo evitiamo di portarci dietro prodotti di scarto e non avremo necessità di buttare nulla.

Altra differenza, senza avere a disposizione un rifugio, è la mancanza di un punto di riferimento sia geografico che di appoggio per tutte le informazioni che potrebbero essere utili durante i nostri percorsi, l’indicazione per poter muoversi, per avere informazioni sul meteo. Bisogna quindi essere più preparati nel muoversi, autonomi in tutti i sensi, avere delle mappe, e organizzarsi a livello tecnologico.”

Abbiamo detto che autoproducete il cibo, com’è possibile per un trekking di più giorni?

“Il cibo per un trekking deve essere poco ingombrante, facile da trasportare, nutriente, leggero, conservabile e con il minor imballaggio possibile. Nella mia esperienza ho trovato che l’essiccazione poteva rispondere al massimo alle mie esigenze. Le comuni buste di cibo liofilizzato che troviamo nei negozi di articoli sportivi, hanno un sapore che lascia sempre a desiderare e non corrisponde sempre alle nostre abitudini alimentari. Quindi tramite l’essiccazione ho iniziato a produrre le mie buste di cibo.

Utilizzo questo procedimento quando si parla di trekking di più giorni, perchè se stiamo via in giornata, il classico panino è un valido pasto.

Nella traversata della translagorai abbiamo portato via 1,5kg di cibo, per 4 giorni per due persone comprensivo di colazioni, pranzi e cene.

La soluzione dell’essiccazione è stata ideale, il cibo viene riposto in sacchetti “freezer bag cooking”, una plastica speciale che regge la temperatura dell’acqua bollente, in questo modo, il cibo si ridata in 10 minuti.

Per la creazione di una busta di cibo essiccato, bisogna innanzitutto cucinare il cibo normalmente, successivamente lo si inserisce all’interno dell’essiccatore che ha una ventola di aria calda sui 50°/60° che nelle 6/12h va a togliere tutta l’acqua della pietanza che risulta poi pronta per essere imbustata.”

Quali sono gli imprevisti ai quali possiamo andare incontro?

“Il maltempo è sicuramente uno dei fattori che più può condizionare un’uscita in montagna. E’ importantissimo informarsi sul meteo prima di partire, non perchè non si possa camminare sotto la pioggia, ma perchè è giusto prepararsi a sapere a cosa andremo incontro, soprattutto se si tratta di un temporale. Abbiamo applicazioni per il telefono molto affidabili, ma talvolta è bene fare valutazioni nell’immediato guardando l’ambiente.

Se si conoscono bene le zone sarà più semplice muoversi anche in caso di maltempo; se ci troviamo in un posto nuovo è bene delineare delle “linee di fuga” per poter tornare a fondovalle in breve tempo.

Altro imprevisto al quale possiamo andare incontro è il fatto di poterci perdere. Per questo motivo è importante avere sempre con sé le mappe cartacee, oltre che digitali, e prendere dei punti di riferimento che ci possono aiutare nell’orientamento durante le nostre uscite.

Parliamo ora di attrezzature.. Cosa c’è nel vostro zaino per un trekking in autonomia di 4 giorni?

“Durante l’ultima traversata della Translagorai, il mio zaino era grande 50L, ma ciò che più importa è il peso e cioè, meglio che non superi mai i 12/13kg. Nello zaino c’era la tenda, il sacco a pelo, la stuoia, una parte del cibo comune, il fornelletto, la gavetta, un cambio di vestiti in un sacchetto impermeabile, i bastoncini, una giacca antivento e qualcosa di caldo per la notte.

Per quanto riguarda le mappe, utilizziamo mappe cartacee, ed anche delle applicazioni sul telefono per poterci muovere. Avere un pò di familiarità con la cartografia può aiutare molto quando ci si trova in ambiente. Non si può mai sapere se il telefono terrà la sua carica e potrebbe lasciarci a piedi.”

trekking in autonomia
Cosa c’è nello zaino

Un capito a parte riguarda le calzature, il nostro punto di interfaccia con il terreno, voi come vi regolate?

“Dipende dal percorso e come lo si vuole percorrere, se si vuole andare leggeri ed in velocità sicuramente meglio optare per una calzatura più leggera e con la caviglia bassa.

Nel nostro caso, viaggiando spesso con zaini pesanti e su un percorsi disconnessi, pietraie, e con meteo sempre incerto, uno scarpone con una struttura più rigida è la soluzione migliore, da maggiore protezione, stabilità per sostenere lo zaino. Questo tipo di calzature presuppone una progressione più lenta e un pò più mal di piedi, ma ne vale la pena.

In generale per quanto riguarda l’attrezzatura, è fondamentale scegliere un prodotto che sia di buona qualità per poter permettergli un ciclo di vita più lungo. Anche questo è un elemento fondamentale.

Prodotti a basso costo e di bassa qualità, hanno un ciclo di vita più breve e rischiano di dover essere buttati dopo poco. Un buono scarpone può durare una vita.”

C’è un progetto particolare al quale aderite, The Outdoor Manifesto, di cosa si tratta?

“The Outdoor Manifesto è un collettivo di ragazzi che abbiamo conosciuto quando stavamo per partire per la Translagorai. E’ un gruppo di appassionati di outdoor che vive lo sport di montagna come occasione più profonda per entrare in contatto con la natura. Sport come occasione per entrare in contatto con la natura divertendosi, ma con un occhio di riguardo sulla sensibilizzazione e conservazione.

Li abbiamo conosciuti perchè leggendo il loro manifesto ci siamo riconosciuti con il loro pensiero. Il nostro trekking a impatto zero nel Lagorai voleva imporsi come una sorta di protesta per sensibilizzare un’area che rischia di essere soggetto di una nuova urbanizzazione (potete leggere qualcosa di più QUI). Una delle poche aree rimaste selvagge nel trentino. Volevamo dimostrare come fosse ancora possibile vivere l’aree senza la creazione di rifugi. Considerare la wilderness come un plus di quella zona. Come esistono aree antropizzate, è giusto che venga lasciato spazio alla natura di rimanere selvaggia.

Questa è stata la casa delle nostre idee dove abbiamo trovato altre persone che sono in linea con la nostra filosofia dell’andare in montagna e del vivere quotidiano.”

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