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Milano Cortina, la strana coppia diventa Olimpica

Una vittoria frutto di un lavoro di squadra con pochi precedenti in Italia, nel nome dello sport e dell'interesse comune

Le perplessità sulla candidatura italiana alle Olimpiadi invernali del 2026, all’inizio, non sono state poche. Da una parte Torino, con la sua esperienza del 2006, strutture già perlopiù disponibili, ma un governo locale completamente “di traverso”. Dall’altro due regioni limitrofe con interessi diversi, e una componente cittadina, quella di Milano, nettamente contrapposta sul piano politico. In più, la proposta mai praticata di un evento davvero diffuso dove le problematiche logistiche non sono trascurabili.

Porta Nuova, il distretto più moderno di Milano
Porta Nuova, il distretto più moderno di Milano

 

Ma se è vero che l’Italia è quel posto creativo, dove, a volte (e non più troppo spesso) accadono miracoli, eccone uno. In mezzo al frastuono di una campagna elettorale infinita, dove protagonisti non sono i contenuti, bensì gli abnormi ego dei contendenti, lo sport ha ancora una volta dato l’esempio. Lungi da me ogni retorica o presa di posizione “tifosa” (non sono tra quelli che gioiscono perché abbiamo “battuto” la Svezia…), ma è fuor di dubbio che la contesa Olimpica per trasformare la candidatura di Milano Cortina nell’evento sportivo e culturale più importante del decennio in Italia ha avuto successo perché giocata sopra le parti, davvero a favore dell’interesse nazionale.

La Perla delle Doiomiti, Cortina d'Ampezzo
La Perla delle Dolomiti, Cortina d’Ampezzo

Fin dall’inizio l’idea di mettere insieme una metropoli europea come Milano con la “perla delle Dolomiti” situata a oltre 300 km di distanza è apparsa perlomeno strana. Le Olimpiadi invernali hanno peculiarità logistiche evidenti, ciò che si fa in città non si può fare in montagna e viceversa. Ma gli organizzatori hanno avuto, secondo me, la lungimiranza di guardare ancora più in la, di pensare all’evento mediatico più importante con occhi diversi, superando di slancio le difficoltà sul terreno per architettare i Giochi in maniera davvero diffusa, coinvolgendo, oltre alle due sedi protagoniste, la Valtellina, il Trentino, l’Alto Adige. Insomma, l’Olimpiade del “grande nord”, con ricadute sensibili sull’intero territorio nazionale.

Diversamente da quanto accadde per Torino 2006, che al momento della candidatura (fine anni ’90) non aveva la benché minima struttura già esistente e adatta allo scopo, e che “sprecò” la maggior parte degli anni a seguire per accumulare ritardi e presentarsi all’appuntamento con un rush finale da Guinnes dei primati, nel peggior stile italico dell’improvvisazione creativa che tanto conosciamo, Milano Cortina 2026 nasce diversa e avvantaggiata. Le strutture in gran parte esistono, l’esperienza di grandi eventi mondiali è già cospicua, gli errori del 2006 ben conosciuti, le regole del Cio (Comitato Olimpico Internazionale) più stringenti. Sono solo alcuni dei punti a favore di un progetto che, sulla carta, ha tutte le prerogative per filare liscio e in crescendo fino alla meta.

Siamo in Italia, non nascondiamocelo. Lo spettro della corruzione, della mala gestione, dei personalismi a vantaggio di pochi non può essere cancellato solo dai buoni propositi. Servirà rigore, capacità di controllo, vigilanza per fare in modo che l’anomalia vincente di una candidatura fuori dagli schemi diventi una “best practice” capace di influenzare e dirigere anche le fasi costruttive dell’evento, e segnare una cambio di rotta duraturo di cui il nostro Paese ha un disperato bisogno.


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