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Gravidanza in alta quota, quanto si può salire?

Rischi generici legati allo sport ad altitudine elevata e specifici della donna incinta

Chiarito che l’attività fisica fa bene anche quando si è in dolce attesa, le donne incinte che amano la montagna si staranno ponendo nuovi quesiti: gravidanza in alta quota, quanto posso salire? Potrò fare l’escursione al rifugio a 2500 m? Un trekking ad elevate altitudini può essere pericoloso anche se apparentemente me la sento? Sono domande molto precise che richiedono risposte di un professionista che oltre ad essere medico sia anche esperto di montagna. È venuta in nostro aiuto la dottoressa Laura Dell’anna, specialista in Ostetricia e ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento, membro della Società Italiana di Medicina di Montagna e grandissima appassionata di montagna. Se vi siete persi la prima parte della sua intervista su “Gravidanza in montagna, si può fare sport?” cliccate qua.   

“Riguardo al problema della gravidanza in alta quota bisogna distinguere tra i rischi generici che corrono tutti quelli che per divertimento o per lavoro si trovano a trascorrere del tempo e a fare attività fisica ad altitudine elevata e i rischi specifici della donna gravida.

La patologia tipica dell’alta montagna è il Mal Acuto di Montagna caratterizzato da cefalea, estrema stanchezza, disturbi del sonno, nausea e vomito, che può però aggravarsi fino all’edema cerebrale e al coma o all’edema polmonare. L’incidenza di Mal Acuto di Montagna non è maggiore nella gravida. Ma in sua presenza la donna incinta non può assumere farmaci che favoriscono l’acclimatamento. Il principale farmaco utilizzato a questo scopo, l’acetazolamide (Diamox) è infatti sconsigliata sia nel primo trimestre, perché può essere causa di malformazioni fetali, sia nelle fasi tardive della gravidanza per il rischio di grave ittero neonatale; gli antiinfiammatori, poi, utilizzati normalmente per la cefalea d’alta quota, sono sconsigliati in gravidanza per il rischio di precoce chiusura del Dotto di Botallo, mentre i cortisonici utilizzati per il trattamento del Mal Acuto di Montagna, incrementano il rischio di malformazioni nel primo trimestre e incidono sullo stato metabolico della gravidanza.

 

RIDUZIONE D’OSSIGENO E SUOI RISCHI

La riduzione di ossigeno a livello utero-placentare è la causa dell’aumentato rischio per le donne che soggiornano alle alte quote di alcune patologie proprie della gravidanza. Si ricorda che il feto vive in un ambiente povero di ossigeno anche a livello del mare. Il fisiologo britannico Sir Joseph Barcroft già all’inizio del secolo scorso asserì che in utero il feto vive in uno stato ipossico analogo all’ipossia ipobarica che sperimenta chi sale sul punto più alto della terra, sulla cima dell’Everest a 8848 metri. In realtà, benché siano note alcune complicanze della gravidanza derivate dall’esposizione alle alte quote, tutti gli effetti dell’ulteriore riduzione di ossigeno per la permanenza in alta montagna (sopra i 2500 metri) e per l’esercizio fisico a tali altitudini in gravidanza non sono ancora completamente chiari.

Per l’esposizione all’alta quota nel primo trimestre la ricerca ha focalizzato l’attenzione soprattutto sulla possibilità che la riduzione di ossigeno aumenti il tasso di malformazioni fetali. Una pubblicazione dell’agosto 2018 ipotizza che l’ipossia unita ad una predisposizione genetica possa aumentare il rischio di malformazioni cardiache (Olivia Moumne et al; Front Cardiovasc Med).

Un altro lavoro del gennaio 2019 (Xuesi M Shao; International Journal of Cardiology), invece afferma che l’altitudine nel primo periodo della gravidanza potrebbe determinare uno stress sul cuore fetale, tale da renderlo più sensibile agli eventi ischemici. In altre pubblicazioni viene riportato un generico aumento delle malformazioni fetali.

 

NON OLTRE I 2500 m

La donna gravida che vive a basse quote, non dovrebbe superare i 2500 m nemmeno nel secondo e terzo trimestre della gravidanza. A quote più elevate, infatti, aumenta il rischio di preeclampsia e di ridotto accrescimento del feto, situazioni che mettono a rischio la salute e la vita della donna e del bambino e che portano spesso ad una nascita prematura. Per quote superiori ai 2500 metri sono necessari lunghi periodi di acclimatamento a riposo.

Nel mondo tuttavia ci sono più di 200 milioni di persone che vivono oltre i 2500 metri e, la maggior parte di questi, in contesti rurali dove le attività giornaliere richiedono in genere un notevole sforzo fisico. Nel giugno 2019 è stato pubblicato uno studio (Beth A. Balley et al, Maternal and Child Health Journal) sull’incidenza di basso peso alla nascita nella popolazione residente del Colorado nei nati tra il 2007 e il 2016, nel quale viene riportato che vivere ad alta quota aumenta del 27% il rischio di neonati con peso inferiore ai 2500 g. Nella popolazione Sherpa/Tibetana, invece, vi è un miglior successo riproduttivo con peso alla nascita sovrapponibile agli abitanti di Kathmandu (peso medio intorno ai 3400 g), grazie soprattutto ad un incremento del flusso sanguigno nelle arterie uterine, che garantisce quindi un maggiore apporto di ossigeno alla placenta. Un’altra popolazione che condivide un contesto simile, quella Andina “nativa”, presenta simili sistemi di adattamento con bassa incidenza di preeclampsia e di basso peso alla nascita.

 

LO STUDIO SULLA GUIDA INCINTA DELLA VALLE DEL KHUMBU

A tale proposito è interessante una pubblicazione dell’agosto 2018 (Journal of Applied Physiology ), redatta da un gruppo canadese  con  il dott Minma T.Sherpa del Kunde Hospital nella valle del Khumbu. In questo lavoro è stata seguita la gravidanza di un’atleta di endurance e guida della valle del Kumbu di etnia Sherpa, che a 31 settimane ha partecipato come guida ad un trekking dai 3440 metri di Namche Bazar ai 5300 metri del Campo Base dell’Everest per la durata di 11 giorni. Nel corso della spedizione ha presentato una normale riduzione della pressione parziale di O2 e disturbi del sonno, ma la sua gravidanza è rimasta fisiologica e ha partorito a 42 settimane una bambina di 3200 g. Lo stesso monitoraggio eseguito durante la gravidanza è stato poi ripetuto in un trekking a 10 mesi dal parto con risultati sovrapponibili a quelli in gravidanza, tranne una riduzione delle apnee notturne.

 

SCONSIGLIATI TREKKING AD ALTE QUOTE

Da quanto fin qui esposto si può concludere che in gravidanza ad alta quota sono sconsigliati i trekking ad alte quote per il rischio legato all’ipossia, ma non solo; bisogna anche sottolineare che questi percorsi si sviluppano, spesso, in paesi con rischi sanitari di tipo infettivo e che potrebbe essere difficile, per la distanza e per la tipologia delle strutture sanitarie, avere la garanzia di cure adeguate.

 

DONNE INCINTE AFFETTE DA PATOLOGIE CRONICHE

Esiste anche un gruppo di donne gravide per le quali la montagna è sconsigliata, anche a quote inferiori ai 2500 metri, perché presentano patologie croniche che aumentano il rischio di preecalmpsia e/o di iposviluppo fetale: le principali sono l’ipertensione cronica, le malattie renali, le condizioni che aumentano il rischio di trombosi, le malattie polmonari e/o cardiache, l’anemia importante e il fumo.

A maggior ragione è assolutamente vietato il soggiorno in montagna alle gestanti per le quali è già stata fatta una diagnosi di iposviluppo fetale e/o preeclampsia. Le donne di questi gruppi dovrebbero essere informate dai sanitari che le seguono dei rischi connessi al un soggiorno montano”.

 

Dr. Laura Dell’Anna

Specialista in Ostetricia e ginecologia

Membro della Società Italiana di Medicina di Montagna

 

 

 

Foto by Sergiu Vălenaș – Unsplash


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