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Trekking a Finale Ligure: dall’alba al tramonto con Fjällräven e Hanwag

Ore 5:45, in cammino nel buio, con Noli alle spalle e il Territorio Indiano come obiettivo. Dodici ore dopo, con il sole calato sul mare di Varigotti, avevamo testato due outfit completi — uno maschile, uno femminile — su ogni tipo di terreno come solo l'entroterra di Finale sa offrire. Questo è il racconto.

Alfredo Tradati, SS25 Scritto il
da Alfredo Tradati

Le 5:45 di mattina a Noli è un orario che richiede motivazione. L’aria è fresca, il paese dorme ancora, e la testa è ancora a metà tra il letto e il sentiero. Ma c’è qualcosa che succede quando indossi l’attrezzatura giusta: il freddo smette di essere un ostacolo e diventa parte del paesaggio. Inizi a camminare e il buio non ti pesa più.

L’obiettivo era preciso: salire da Noli verso Il Semaforo, agganciarsi al Sentiero del Pellegrino e arrivare al Territorio Indiano — e a un promontorio che sovrasta Varigotti — prima dell’alba. Lì, sulla roccia calcarea bianca che si affaccia sulla Baia dei Saraceni, avremmo aspettato che il sole sbucasse dalla linea dell’orizzonte a est. Un punto di osservazione che chi conosce questa costa sa già essere qualcosa di raro.

Tester Martina con outfit Fjällräven completo – giacca, pant e cappello – sul sentiero di Finale Ligure
La tester Martina cammina sul sentiero di Finale Ligure con il completo Fjällräven: giacca ultraleggera con cappuccio, pant da trekking e cappellino. Luce d’alba sul trail ligure.

Siamo in due: Martina ed io. Due outfit Fjällräven/Hanwag, uno maschile e uno femminile, pensati per lo stesso scenario ma costruiti attorno a esigenze diverse. Due approcci allo stesso problema: come vestirti per una giornata che comincia a 10°C nel buio e finisce a 24°C nel pomeriggio, su terreni che cambiano ogni ora.

Gli outfit del test

La salita nel buio: 10°C e il vento che taglia da ovest

Nei primi quaranta minuti di cammino si capisce subito cosa funziona e cosa no in un outfit. Il buio concentra l’attenzione su quello che senti, non su quello che vedi: come si muove il tessuto, dove entra il freddo, se la scarpa tiene il piede o lo lascia ballare.

Io avevo addosso la Keb Thermal Wind Jacket — il wind shell termico con shell Ripstop 20D e fodera pile ad alto loft. Un capo pensato per una finestra climatica precisa: non il freddo vero, ma il fresco variabile con vento. Quella mattina era esattamente quella finestra: 10°C, vento da ovest lungo il crinale, corpo in movimento che genera calore ma non abbastanza da farne a meno. La giacca non si è mai sentita — nel senso migliore.

Martina aveva scelto la Keb Lätt Wind Jacket W, la versione minimalista della stessa famiglia: 108 grammi, 100% poliammide riciclata, senza fodera. Una scelta apparentemente più rischiosa con quelle temperature, compensata però dall’Abisko Wool Hoodie sotto — un felpa in jersey di lana merino ZQ e poliestere che regola la temperatura in modo naturale, senza mai diventare il problema. A dispetto dei suoi 108 grammi la Lätt bloccava il vento in modo sorprendente, e l’hoodie in lana faceva il resto.

Layering trekking: giacca a vento aperta con camicia a quadri in flanella visibile sotto, outfit trekking Finale Ligure
La zip scende, la camicia emerge. Il passaggio da due a un solo strato in pochi secondi: il sistema di layering in azione sul Sentiero del Pellegrino.

I pantaloni raccontavano già due storie diverse. I miei Vidda Pro Lite Zip off in tessuto G-1000 Air Stretch, ibrido tra struttura e libertà di movimento — si muovevano con le gambe senza resistenza. Nelle prime salite su gradoni di roccia, il tessuto non opponeva la minima trazione. Gli Abisko Hybrid Trail di Martina usavano invece una soluzione più evoluta: G-1000 Lite Stretch sul davanti, poliammide/elastane riciclata sul retro. Il risultato era una libertà di movimento ancora maggiore nella parte posteriore della coscia — molto apprezzata nelle salite ripide — con la resistenza della G-1000 dove serve, davanti.

Sul fronte calzature, il divario tecnico era evidente e intenzionale. I miei Hanwag Nazcat II GTX — categoria B/C, suola Vibram Fuoraska, pelle nubuck monopezzo — erano strumenti da terreno difficile. La scarpa Kaduro Low Lady GTX di Martina era l’opposto nella filosofia: leggerezza, reattività, ammortizzazione con la tecnologia Bead eTPU/PU, GORE-TEX Invisible Fit per l’impermeabilità senza peso. Due approcci validi, due terreni d’elezione diversi.

Dalle 5:45 alle 7:00 — entrambi i sistemi tengono. Un’ora di salita nel buio con 10°C e vento. Nessuno strato tolto, nessuno aggiunto. Le due giacche hanno gestito il freddo in modo diverso — con fodera termica l’una, con lana merino sotto l’altra — ma con lo stesso risultato: arrivo in cima caldi e asciutti.

Il Territorio Indiano: l’alba che giustifica tutto

Quando arriviamo sul promontorio che sovrasta Varigotti e la Baia dei Saraceni c’è già luce. La linea dell’orizzonte a est ha già quella luminescenza bassa, quasi arancio, che precede il sole di una ventina di minuti. Il mare è fermo. La roccia già brillante.

Ci sono posti dove smetti di pensare all’attrezzatura e pensi solo a dove sei. Il Territorio Indiano all’alba è uno di quei posti. La Baia dei Saraceni sotto, l’orizzonte davanti, il silenzio.

Vista sulla Baia dei Saraceni di Varigotti all'alba, sentieri di Finale Ligure
La Baia dei Saraceni di Varigotti vista dai sentieri del Territorio Indiano, all’alba.

Abbiamo aspettato. Fotografato. Guardato il sole salire dalla linea del mare e cambiare colore alla roccia, agli arbusti di macchia mediterranea, ai tessuti delle nostre giacche. In quei momenti l’outfit smette di essere un argomento di valutazione e diventa semplicemente quello che hai addosso mentre accade qualcosa di bello.

La temperatura in quel momento era ancora intorno ai 10-11°C. L’immobilità dell’attesa — così diversa dal calore della salita — era il primo vero banco di prova. La Keb Thermal con la sua fodera pile ha retto bene lo stop. La Keb Lätt, più minimalista, ha richiesto che Martina tenesse su il cappuccio e si muovesse un po’. Differenza filosofica: la Thermal è concepita per l’attesa, la Lätt per il movimento.

Il campo base e la colazione: la prima transizione termica

Dopo l’alba abbiamo allestito il campo base: fornello da campo, acqua, buste liofilizzate. Una colazione vera, in quota, con vista sul mare. Non è un lusso — è parte del metodo. Se testi un outfit per una giornata intera, devi anche capire come si comporta durante le pause, non solo in movimento.

Colazione liofilizzata LYO al campo base, fornello da campo su roccia calcarea, alba Territorio Indiano Finale Ligure
Acqua bollente nella busta LYOFOOD al campo base. Roccia calcarea, fornello, luce dell’alba — la pausa che segna il confine tra la salita e il test.

Con il sole già visibile e il corpo fermo, la temperatura percepita era salita rapidamente. È qui che sono arrivate le prime transizioni. La mia Keb Thermal è andata nello zaino — compressa in sé stessa in meno di venti secondi, praticamente scomparsa. Martina ha tolto la Keb Lätt ancora prima: 108 grammi, si piega e sparisce in un taschino interno dello zaino. Da quel momento la camicia in flanella e l’hoodie in lana merino sono diventati i capi protagonisti della giornata.

Ed è qui che emerge una differenza interessante tra i due mid layer. La mia Övik Lite Flannel Shirt — cotone organico, tessuto tradizionale — gestisce l’umidità senza trattenerla e mantiene una forma ordinata anche dopo ore di utilizzo. L’Abisko Wool Hoodie di Martina giocava su un’altra carta: la lana merino ZQ regola la temperatura in modo attivo, raffrescando quando il corpo è caldo e isolando quando si ferma. Sul lungo, è un vantaggio che si accumula.

Mid layer a confronto: flanella vs lana merino

La Övik Lite Flannel Shirt offre un look più strutturato e una resistenza meccanica superiore. L’Abisko Wool Hoodie ha una gestione termica attiva grazie alla lana merino — meno soggetto a odori, più versatile nelle transizioni. Per una giornata lunga con escursione termica elevata, la lana vince sul comfort prolungato. Per look e versatilità quotidiana, la flanella non ha rivali.

L’entroterra di Finale: il test vero comincia qui

Dopo colazione ci siamo separati per i rispettivi percorsi di test, con l’accordo di ritrovarci a pranzo. Sguinzagliati nell’entroterra di Finale Ligure — uno dei territori più vari e belli che si possano trovare a pochi chilometri dal mare. Sentieri stretti tra gli arbusti, roccia calcarea esposta con i suoi colori bianchi e ocra, sterrato, erba corta sulle creste, macchia mediterranea fitta che profuma di rosmarino e timo. Scorci con vista mare ad alleviare la fatica.

I tester Alfredo e Martina camminano sul sentiero di Finale Ligure con outfit Fjällräven e scarponi Hanwag
I tester Alfredo e Martina sul sentiero di Finale Ligure con outfit Fjällräven completo e scarponi Hanwag. Macchia mediterranea e cielo sereno sullo sfondo.

I pantaloni erano già diventati shorts in entrambi i casi. Il zip-off dei Vidda Pro Lite è un’operazione da sessanta secondi: ci si siede, si aprono le zip, le gambe funiscono nello zaino. Gli Abisko Hybrid Trail di Martina usano lo stesso principio ma con un tessuto ibrido che, una volta convertito in shorts, offre una libertà di movimento posteriore ancora maggiore grazie al pannello stretch in poliammide/elastane. Due pantaloni convertibili, due filosofie costruttive, stesso risultato pratico.

Sul terreno le calzature hanno mostrato il loro carattere. I miei Nazcat II GTX sulla roccia calcarea erano di una precisione chirurgica: la Vibram Fuoraska trovava l’appoggio prima ancora che il cervello lo cercasse. Il sistema di allacciatura a doppia zona, regolato una volta la mattina, non si è mai mosso nelle sei ore di test. Il collare morbido — la novità rispetto alla versione precedente — ha fatto la differenza nelle ore calde: nessuno sfregamento, nessuna pressione.

Le Kaduro Low di Martina erano un’altra storia, nel senso positivo. Reattive, leggere, con la tecnologia Bead che restituisce energia ad ogni passo. Su terreno misto — sterrato, ghiaia, qualche passaggio su roccia — la scarpa low non ha mai chiesto compromessi. Il GORE-TEX Invisible Fit (membrana ePE, senza PFAS) ha mantenuto i piedi asciutti anche sui tratti umidi tra la macchia. La limitazione è strutturale: su passaggi molto tecnici, dove il supporto alla caviglia fa la differenza, lo scarpone mid-cut ha un margine di sicurezza superiore. Ma per il fast hiking nell’entroterra ligure di aprile, le Kaduro si sono dimostrate la scelta giusta.

Allacciatura scarpa da trekking Hanwag su roccia, sentiero di Finale Ligure
La tester allaccia la scarpa da trekking Hanwag su roccia calcarea a Finale Ligure. Dettaglio del tomaia in scamosciato verde salvia e suola in gomma nera.

C’è un momento, durante una buona giornata di trekking, in cui smetti di pensare a quello che hai addosso. Senti solo il sentiero, il vento, il rumore dei tuoi passi. Quello è il momento in cui capisci se l’attrezzatura ha funzionato.

In quella giornata quel momento è arrivato abbastanza presto. Ed è lì — gambe leggere, testa libera, vista sul mare che si apre a ogni curva — che viene spontaneo pensare a quanto sia straordinario questo lavoro. Testare prodotti di alto livello facendo esattamente quello che più ci piace. La fatica non si sente. O meglio: si sente, ma non pesa.

Pranzo al campo base e pomeriggio verso il mare

A mezzogiorno ci siamo ritrovati al campo base. Altra acqua, altri piatti liofilizzati del nostro partner, e il tempo di sedersi sulla roccia con il sole già a 22-24°C a guardare la Baia dei Saraceni sotto di noi.

A quell’ora l’outfit era radicalmente diverso da quello della partenza. Le giacche erano nello zaino dall’alba. I pantaloni erano diventati shorts. Restavano la camicia in flanella e l’hoodie in lana — e in quel momento si capiva bene la differenza costruttiva: la flanella lavorava bene ma cominciava a essere al limite della fascia termica; la lana merino di Martina continuava a regolare senza sforzo, ancora fresca e asciutta dopo ore di cammino.

Nel pomeriggio siamo scesi verso le spiagge, cambiando completamente tipo di terreno: da sentiero tecnico su roccia a percorsi più aperti, tratti sabbiosi, attraversamenti di macchia bassa. Un secondo test in condizioni diverse, che ha confermato la versatilità di entrambi i sistemi.

Quando si fa sera: il bilancio di una giornata

Si fa sera e già si pensa ai trekking di domani. È così che finisce una buona giornata di test: non con un’analisi, ma con la voglia di ricominciare. I prodotti che funzionano non si commentano mentre li usi — li rimpianti quando li togli.

Tester Martina con outfit Fjällräven: giacca, pant e cappello
La tester Martina in posa con il completo Fjällräven: giacca, pant e cappello. Finale Ligure.

I due outfit hanno coperto un range termico di quasi 15 gradi con un sistema di adattamento a tre mosse: una giacca da togliere, due zip da aprire. Quello che cambiava tra me e Martina era la filosofia, non il risultato. Il sistema maschile — più strutturato, con lo scarpone da terreno difficile — era pensato per non lasciare margini. Quello femminile — più leggero, più reattivo, con la scarpa low — puntava sulla libertà di movimento e sull’efficienza energetica. Su un percorso come il Sentiero del Pellegrino, entrambi erano scelte corrette.

Ci sono nuovi percorsi da fare, nuovi prodotti da testare, altri scorci da scoprire lungo i sentieri di questa costa che non smette mai di sorprendere. È questo il lavoro. E giorni come questo ricordano perché vale la pena farlo bene.

Le schede complete dei singoli prodotti — con tutti i dati tecnici, i test specifici e i verdetti dettagliati — sono disponibili nelle pagine dedicate di outdoortest.it.

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