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La vita in casa ai tempi del Covid-19: come vivere meglio

Marco Marinucci, psicologo e ricercatore, ci aiuta a capire come vivere al meglio questo periodo

Non sto qui a ripetervi l’importanza del rispetto delle regole in questa situazione di emergenza sanitaria: quello lo diamo per assodato. Non vi parlerò del Codiv-19 e di come, giorno dopo giorno, il quadro evolva. Parliamo di noi, appassionati di sport outdoor, che dobbiamo stare a casa. Proprio noi che amiamo sciare, scalare, camminare, pedalare, stare all’aria aperta e che ora siamo costretti a rinunciare alle nostre atività.

Oggi siamo in quarantena, siamo indoor e lo saremo fino a quando tutto non sarà passato. Siamo privi di quella libertà di cui “andavamo matti”, di quella libertà che ci permetteva di vivere le nostre passioni, di scappare dalla città e dal lavoro per abbracciare la natura attraverso “i nostri giocattoli”, i nostri attrezzi sportivi. Ora siamo in casa, ognuno con i propri pensieri e le proprie preoccupazioni.

Ci scrivete in molti per condividere le vostre sensazioni. Noi della redazione di outdoortest.it vi ascoltiamo e questo fa un po’ sorridere: ciò che ci obbliga a stare lontani in realtà ci rende più vicini. Ora siamo a casa e lo faremo nel migliore dei modi, perché chi fa sport si vuole bene e vuole stare bene. Ognuno di noi è abituato ad affrontare delle sfide e quindi dopo i primi giorni di disorientamento abbiamo iniziato a organizzarci per affrontare la situazione.

Oggi vi propongo un’intervista a Marco Marinucci, psicologo e ricercatore, che da anni studia l’isolamento e i suoi effetti sull’uomo. Ho visto tanti di voi molto attivi nel praticare esercizi indoor (qui una nostra guida) e quindi ho deciso di aggiungere un ingrediente diverso, ricco di consigli utili e pratici, sperando possa aiutarvi.

Quanto incidono queste limitazioni sulla nostra persona? Quali sono gli effetti che possono derivare da questo isolamento?

“L’uomo è un animale sociale. Lo sentiamo dire e ce lo sentiamo ripetere costantemente, dai discorsi politici e di cronaca, ai testi letterari e nel cinema. Ma questa spesso abusata considerazione sulla natura dell’essere umano, porta con sè delle implicazioni profonde che impattano a tutto tondo sulla vita delle persone.

Nel 1995, Roy Baumeister e Mark Leary – due psicologi sociali statunitensi – scrissero un articolo scientifico intitolato “Il bisogno di appartenenza“, in cui scandagliarono nel dettaglio le implicazioni e i significati de “L’uomo è un animale sociale”. Il concetto fondamentale che emerse è che gli esseri umani hanno un bisogno fondamentale di formare e mantenere un numero minimo di connessioni sociali durature, positive e significative. Questo non vuol dire solo che le persone sono istintivamente portate a formare connessioni sociali e a contrastarne la perdita, ma implica anche che la carenza di connessioni sociali può avere gravi ripercussioni per la salute e il benessere globale dell’individuo.

Molti studi hanno mostrato come la solitudine e l’isolamento siano associati ad un innalzamento del cortisolo – un ormone che il nostro corpo rilascia per combattere situazioni di alto stress -, come questi favoriscano lo sviluppo di ansia e depressione, e come in generale aumentino il rischio di mortalità precoce. Nelle condizioni più gravi ed estreme in cui la segregazione dagli altri perdura per diversi mesi, le persone possono entrare in uno stato che Kip Williams ha definito “di rassegnazione”, in cui le persone si sentono depresse, prive di valore, alienate dagli altri e dal mondo che le circonda, e senza speranza verso il futuro. L’isolamento attuale dovuto al nuovo Covid-19 cui noi tutti siamo sottoposti è una di quelle situazioni che minacciano i nostri legami sociali, in cui restare connessi e sentirsi vicini agli altri può risultare difficile e che può dare vita a sentimenti di malessere fisico e psicologico.”

Hai qualche consiglio utile per vivere al meglio questo periodo?

Nicole Piller
Nicole Piller, OutdoorLab Livigno

“Si ho consigli su tre fronti. Il primo riguarda il modo in cui pensiamo a noi stessi e alla comunità. E il consiglio/obiettivo in questo senso è quello di cercare di espanderci ed allargare i nostri orizzonti dalle quattro mura in cui molti di noi sono rinchiusi. Questo vuol dire, da un lato, cercare di passare dal pensare individualmente ai nostri bisogni e sofferenze al pensare collettivamente come una parte della società più ampia.

Concretamente, pensare a come potremmo renderci utili in questo contesto di emergenza e a come potremmo fare del bene agli altri (invece di cosa potrebbe fare bene a me stesso) può aiutare nel conferire forza e motivazione per attraversare questo momento di isolamento, dando un senso umanitario e collettivo alle direttive. Siamo in casa per uno scopo, e facendolo stiamo dando il nostro contributo alla società.

Il secondo consiglio riguarda come continuare a coltivare le nostre connessioni con gli altri, forti o deboli che siano, e in questo la tecnologia ci viene in aiuto. Essere lontani fisicamente dagli altri, non implica necessariamente di sentirci disconnessi da loro, e possiamo sfruttare tutti le forme di comunicazione digitale per coltivare quei rapporti.

L’isolamento può essere un’occasione per passare in rassegna tutti i nostri legami sociali, dando e cercando conforto in quelle relazioni forti e importanti, o riconoscendo quei legami che abbiamo perso e vorremo rafforzare. Il tempo vuoto può essere impiegato in videochat o altre forme di comunicazioni virtuali, che siano anche occasione di comunicare in modo autentico e condividere emotivamente con gli altri come stiamo e stanno vivendo questa fase di vita. Il nostro tempo vuoto può riempirsi con quello degli altri.

Il terzo riguarda le attività in cui passiamo le lunghe giornate in casa. Possiamo infatti impiegare il tempo libero per sviluppare quegli interessi che non abbiamo mai seguito per la solita mancanza di tempo, vedi cucina, lettura, lingue straniere, pittura o arti varie, sport e esercizi in casa. Per chi lavora può essere utile darsi dei ritmi e scandire le diverse fasi della vita in casa, come ad esempio togliersi il pigiama e uscire dal letto per le ore lavorative.

In tutto questo però è importante anche essere compassionevoli verso se stessi, visto che potremmo sentirci stanchi, irrequieti e senza concentrazione non dobbiamo condannarci o sentirci in colpa se invece di far “fruttare” questo tempo fissiamo il soffitto sul divano senza voglia di fare nulla. In tutto ciò possiamo anche stare attenti a evitare quei comportamenti controproducenti a cui l’alienazione e l’isolamento può portare. Guardare la nostra serie tv del momento è gratificante, ma una maratona settimanale non-stop di binge watching può renderci ancora più frastornati e irrequieti, così come ubriacarsi tutte le sere nell’aspettativa che la fine dell’isolamento arrivi prima.”

Luca Ferioli, OutdoorLab Livigno
Luca Ferioli, OutdoorLab Livigno

Noi amanti dell’outdoor amiamo e siamo abituati a stare all’aria aperta, qualche consiglio particolare per noi?

“Nei limiti dell’ #iorestoacasa forse un potenziale surrogato dell’attività fisica all’aria aperta è l’attività fisica in casa. Immagino sappiate in prima persona quanto l’attività fisica contribuisca al benessere psicologico e questo vale anche se l’attività la facciamo in casa. Vedo il web impazzare di sessioni di yoga live, o di lanci promozionali di app per allenamenti in cui l’unica cosa che serve è se stessi e la voglia di farlo. Certo, non sarà mai come correre liberi nei sentieri di montagna, ma i benefici su corpo e mente non mancheranno.”

Cosa possiamo fare nel caso preoccupazioni ad ansie diventino troppo forti?

“In condizioni di tensione e paura come questa possono esserci degli episodi acuti e transitori di ansia e in quei casi consiglio due possibili strategie. La prima, più individuale e centrata su noi stessi, e quella di cercare di controllare il proprio respiro. A volte tre o quattro respiri profondi, fatti inspirando ed espirando l’aria dal naso molto lentamente possono essere sufficienti per calmarci.

In questo caso praticare meditazione o mindfulness nel tempo libero può aiutare molto, e anche su questo ci sono molte sessioni live di meditazione guidata (un esempio a questo link). L’altra strategia, di tipo sociale, è quella di cercare il supporto di qualcuno di cui ci fidiamo e confidiamo possa aiutarci. Possiamo chiamarli se non vivono in casa con noi, e raccontare quello che stiamo vivendo in quel momento.”

La nostra amica Chiara, The Lagomers
La nostra amica Chiara, The Lagomers

Come possiamo aiutare gli altri?

“Possiamo partire cercando la flessibilità che ci permette di passare dal pensare a noi stessi al pensare agli altri e quello che possono provare, considerare che diverse persone reagiscono in modo diverso alle situazioni stressanti. Qualcuno può continuare a vivere come se nulla fosse, qualcun’ altro chiudersi in un triste silenzio, o altri sentirsi irrequieti mostrandosi aggressivi.

Buona cosa è far sentire il proprio supporto, mostrandosi disponibili ad ascoltare nel rispetto delle esigenze e degli spazi reciproci. La vicinanza costante può far nascere il bisogno di privacy e allora è importante concedersi i proprio spazi. La situazione può far nascere aggressività, e allora è importante cercare di non sfogare la rabbia sugli altri, cercando piuttosto di distanziarsi e prendersi un momento per far sbollire la rabbia.

Si possono provare tante emozioni diverse e contrastanti in momenti come questi, e l’importante per aiutare gli altri e preservare la relazione è di ascoltare e comprendere i bisogni reciproci, e dove possibile assecondandoli con rispetto. Questo sul piano psicologico, poi sul piano pratico possiamo dare sfogo alla fantasia inventandoci il modo di passare il tempo insieme, dall’immortale film insieme prima di andare a dormire, passando per la sperimentazione in cucina, o l’invenzione di nuovi hobby.

Più generalmente penso ad altre due: la prima il volontariato per delle associazioni locali che operano sul territorio nel rispetto delle restrizioni alla mobilità. L’altra, e forse la principale, è quella di non uscire. Lo sentiamo costantemente su ogni giornale, spot e canale televisivo, ma il senso collettivo di stare in casa è quello di aiutare gli altri e la comunità intera a non diffondere il virus. Impegnandoci in questo, stiamo combattendo insieme a tutti gli altri e contribuendo all’uscita da questa situazione.”

Amici in cordata, Ph. Samuel Confortola
Amici in cordata, Ph. Samuel Confortola

Potresti fare un paragone con altre situazione di isolamento sociale che stai seguendo con le tue ricerche?

“Finora mi sono occupato principalmente dello studio delle conseguenze psicologiche dell’esclusione sociale prolungata nel tempo. Mi riferisco quindi a quelle realtà sociali di marginalità sociale, con un interesse per i migranti richiedenti asilo e rifugiati. Il focus è un po’ diverso rispetto alla condizione di isolamento: nel caso dei migranti, così come in quello dei senzatetto ad esempio, ci troviamo di fronte ad una marginalità ed isolamento di tipo psicologico. Molto spesso sono vittime di discriminazione e comportamenti rifiutanti da parte degli altri, o vengono ignorati – gli invisibili – e questo può portarli a sentirsi disconnessi dalla società e dagli altri.

Nel caso dell’isolamento dovuto al nuovo Codiv-19 siamo distanti solo fisicamente dagli altri, e possiamo comunque essere in grado di mantenere i nostri rapporti sociali – seppur in maniera surrogata via social network e non di persona. Tuttavia, quello che accomuna tutte queste condizioni è che le nostre connessioni sociali vengono messe in pericolo – dall’isolamento fisico o dal rifiuto degli altri – e questo può avere conseguenze psicologiche gravi.”

“Insieme al mio supervisore il Prof. Paolo Riva ed ai colleghi Luca Pancani e Nicolas Aureli stiamo conducendo una ricerca per studiare le conseguenze psicologiche dell’isolamento dovuto al Coronavirus. Se volete partecipare alla nostra ricerca rispondendo alle domande di un semplice sondaggio, potete farlo cliccando QUI.”

Marco Marinucci

Mi chiamo Marco Marinucci, sono laureato in Psicologia e sto svolgendo un dottorato di ricerca in Psicologia  sociale all’Università di Milano-Bicocca. Mi interesso principalmente allo studio delle conseguenze psicologiche dell’esclusione sociale e di quelle condizioni di marginalità in cui le connessioni e il senso di appartenenza con gli altri vengono messe in pericolo. Le mie ricerche principali si focalizzano sui migranti richiedenti asilo e rifugiati, sulla loro condizione di marginalità sociale e su quei fattori sociali che favoriscono la loro inclusione.


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