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Racconti sportivi: escursione a Cima Valgrande

A cura dell'aspirante tester Andrea Coden, un articolo emozionale che parla anche dell'importanza degli strumenti giusti

Per la rubrica Racconti sportivi di outdoortest.it vi proponiamo questo bell’articolo, a cura dell’aspirante tester Andrea Coden, che narra di un’escursione a Cima Valgrande.

Andrea e la vista dalla Cima Valgrande

Andrea si presenta così: “da sempre sportivo, pratico sin dalla giovane età diversi tipi di attività all’aria aperta quali calcio, pallacanestro, nuoto e tennis, ma il vero piacere deriva dagli sport di montagna ai quali mi avvicino grazie ai lunghi soggiorni estivi ed invernali presso la casa natale paterna nel comune di Claut (provincia di Pordenone).

Dapprima con il trekking e l’hiking, ciaspolate, scialpino a livello agonistico e, poi, con l’alpinismo estivo ed invernale, arrampicata in falesia e su ghiaccio, torrentismo e canoa/kayak ai quali si aggiunge, nel tempo, la ricerca dei migliori materiali e prodotti per la montagna a seconda del tipo di attività”.

Escursione a Cima Valgrande

Scorcio dalla cima

“Come ogni sabato o domenica mattina che si rispettino, la sveglia trilla presto e mi alzo in un misto di confusione ed eccitazione perché so già che un’escursione tra le montagne innevate mi aspetta.

Quest’oggi sono pronto per affrontare la cima Valgrande, ricompresa nel gruppo Col Nudo – Cavallo situato in Friuli Venezia Giulia, provincia di Pordenone.

La quota massima raggiunge i 2007 msl ed il dislivello dalla partenza è di circa 1000 m positivi.

Il rituale di preparazione dello zaino scandisce i minuti prima della partenza.

Al controllo finale c’è tutto l’occorrente: maglietta e calzetti di ricambio, antivento, piumino leggero, ramponi, guanti, berretto, occhiali da sole, bastoncini da camminata, thermos di thè caldo, cioccolata e frutta secca mista.

Oggi, oltre al mio fidato compagno di escursioni Francesco, mi accompagnerà anche una nuova amica: una piccozza Climbing Technology di un acceso colore arancione.

Prima parte dell’escursione

Arrivati al punto di partenza, Pian Delle More in località Piancavallo, indossiamo gli zaini, attiviamo il GPS per tracciare il percorso e, dopo un veloce sguardo alle montagne, cominciamo la nostra marcia.

La prima parte dell’escursione percorre un sentiero abbastanza battuto ed agevole, tranne per un breve tratto in cui è necessario utilizzare i cavi da ferrata installati dal CAI.

Si sale attraversando un bosco pieno di alberi le cui foglie cadute formano un piacevole manto soffice ed umido.

Alzo lo sguardo, le cime creano uno splendido anfiteatro che racchiude la valle fino a quel punto erbosa. Il paesaggio privo di neve a bassa quota non mi stupisce: la stagione invernale è stata caratterizzata da scarse precipitazioni, ma so che, oltre i 1600 m di altitudine, il paesaggio muterà. E non aspetto altro.

Alla prima avvisaglia di ghiaccio, siamo costretti ad indossare i ramponi in quanto il terreno ripido provocherebbe lo slittamento delle suole dei nostri scarponi.

Ed ecco che l’escursione assume quella difficoltà che genera il piacere di scalare le montagne. Entriamo, infatti, in una zona quasi perennemente all’ombra e la neve ora è alta circa 30 cm, ma continua ad aumentare man mano che l’altitudine cresce.

Si prosegue di buon passo, non senza un minimo di fatica, fino a raggiungere un magnifico pianoro innondato di neve sferzata da un vento fortissimo, compatta e dura al punto giusto da rendere la presa dei ramponi eccellente, ma che nasconde, al contempo, le tracce del sentiero.

In Friuli, però, si dice “simpri indavant, mai indaur” e, quindi, un po’ ad occhio avanziamo in mezzo al bianco assoluto. La cima dista circa 250 m di dislivello, forse i più faticosi dell’intera escursione.

Qui entra in gioco la piccozza, modello Dron Plus, che si rivela fondamentale nei tratti più ripidi e scivolosi; estremamente leggera, con un manico in gomma che permette una presa salda, la dragonne in dotazione è una ulteriore sicurezza per evitare una caduta accidentale e la punta seghettata incide notevolmente lo strato superficiale di neve per conficcarsi piacevolmente nel ghiaccio sottostante.

Il pianoro sferzato dal vento

Conferisce una sensazione di solidità e maneggevolezza al pari di marche più blasonate e mi dona quella sensazione di sicurezza che permette di affrontare in tranquillità il “traverso” finale prima di toccare la cima, notevolmente ripido e con neve più molle visto l’avvicinarsi delle ore calde.

Ma già prima della vetta il paesaggio è mozzafiato e, quindi, ci fermiamo un attimo per ammirare il sinuoso manto bianco che ci circonda e per un mio piccolo vezzo: l’eco.

Durante ogni escursione, infatti, cerco sempre un punto per urlare a squarciagola e godermi l’eco di ritorno; esorcizzo la montagna e faccio ridere i miei compagni d’escursione, sperando di non provocare una valanga. Pochi minuti di sosta e si prosegue.

La particolarità della cima Val Grande è di essere una vera cima a punta, stretta e lunga, con ai lati due ripidissimi pendii che non lasciano spazio all’immaginazione in caso di caduta. Sono poche le vette che hanno questa conformazione, almeno quelle da me scalate.

Vista di fronte sembra tagliare in due il cielo. Il vento, invece, taglia in due il nostro viso e le nostre dita quando, toccata la cima, ci stringiamo la mano e scattiamo le foto di rito.

Seduti rigorosamente in fila indiana sulla neve freddissima, in uno spazio estremamente ristretto, beviamo velocissimi il thè ancora caldo, mangiamo un po’ di cioccolata nonchè frutta secca e siamo pronti per scendere a valle felici e contenti per il nuovo traguardo raggiunto“.

Andrea a il suo compagno di avventure seduti sulla cima


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