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Recycling, Upcycling, rifugiati e ghiacciai: politiche ambientali di Millet Mountain Group

Plastica e piume riciclate, per il futuro la Carbon Neutrality


Le prime politiche ambientali messe in campo dal Millet Mountain Group risalgono a circa 30 anni fa. E’ del 1993 il primo zaino Lafuma realizzato in cotone riciclato, poi dieci anni dopo sono arrivati i primi capi d’abbigliamento “eco-progettati”, la certificazione “Low impact” e le campagne di pulizia sul ghiacciaio della Mer de Glace con le Operazione Montagna Responsabile a Chamonix. Ma sappiamo bene che per raggiungere l’obiettivo di un’industria responsabile che riesce realmente a salvaguardare l’ambiente è necessaria una visione d’insieme più ampia, un piano di sviluppo vero e proprio ed eco-sostenibile. Il Millet Mountain Group questo piano ce l’ha: si è dato degli obiettivi ambiziosi per il futuro, senza dimenticare nel frattempo di portare avanti iniziative saldamente legate a quanto succede oggi nel mondo. Ce ne ha parlato Hervé Locatelli, Sales & Marketing Director per il Sud Europa del Millet Mountain Group che comprende i marchi Millet, Lafuma ed Eider.  

 

Hervé l’attenzione per l’ambiente non è cosa nuova per voi: come ha iniziato ad occuparsene il Millet Mountain Group?
Per noi è cominciata nel 1992, con la prima partnership fra Lafuma e l’associazione France Nature Environnement. Da allora ogni anno c’è stata un’evoluzione: per esempio nel 1993 abbiamo realizzato il primo zaino Lafuma in cotone riciclato e nel 2004 il lancio delle prime calzature da hiking eco-progettate. Siamo arrivati con il 2019 alle ultime novità: le bottiglie di plastica riciclate (Re-preve) e le piume riciclate (Re-down): le piume di vecchi piumini vengono recuperate da un’Associazione che fa questo lavoro di riciclo e da cui noi acquistiamo il materiale per produrre i nostri capi.

Operazione Montagna Responsabile
Operazione Montagna Responsabile

Che cos’è il Low Impcat del Millet Mountain Group?
Il Low impact è il label interno, una certificazione istituita per la prima volta nel 2004 che racchiude l’impegno valido per tutti i 3 marchi del gruppo aziendale. Per noi significa capi durevoli e di alta qualità, materie prime certificate, garanzia che i materiali di origine animali provengano da fonti responsabili, assenza di sostanze chimiche nocive e collezioni totalmente prive di PFC. Il low impact è stato rivisto nel 2014, tenendo conto delle evoluzioni della tecnologia e del mercato nell’arco di quel decennio. Nel futuro avremo una nuova definizione di Low Impact, ancora in fase di elaborazione: posso dire che al momento per noi un prodotto Low impact significa che è stato realizzato all’80% con materiali certificati Bluesign®, oppure che all’80 % è composto da materiale Oeko-Tex® con trattamento PFC free, oppure che al 40% è fatto di materiali eco-friendly. Quindi mette insieme un misto di caratteristiche che abbiamo definito internamente come certificazione aziendale. Sappiamo che il concetto può non essere di immediata comprensione per il consumatore finale, per questo stiamo lavorando sulla comunicazione, per essere più trasparenti e chiari.

In precedenza abbiamo parlato con Bluesign che si definisce non un ente di certificazione, ma una società di servizi che fa consulenza alle aziende sulle best practices ambientali. Intervistandoli è emerso che la difficoltà maggiore (per tutti) sta nel controllare direttamente le produzioni che avvengono in paesi che spesso non rispettano standard qualitativi solitamente garantiti nei paesi occidentali. Millet Mountain Group come affronta il problema?
Prima di tutto scegliendo materie prime consigliate da Bluesing ed Oeko-Tex®, ci fidiamo di quello che dicono, ma non andiamo a verificare quanto loro certificano. Mentre controlliamo la successiva fase di produzione dei capi in tutti i suoi aspetti.

Usate materiali che provengono anche da paesi poco controllabili?
In paesi come la Tunisia, dove abbiamo una nostra fabbrica, i controlli sono più facili perché sappiamo cosa facciamo all’interno del nostro stabilimento. In altri paesi come la Cina mandiamo un nostro controllo sulle fabbriche esterne che lavorano per noi.

Anche per voi insomma, è difficile andare più a monte. Rimane un problema irrisolto…
È esatto.

Target 2020 Millet Mountain Group
Target 2020 Millet Mountain Group

Nel Corporate Social Responsibility di Millet Mountain Group vi eravate dati alcuni obiettivi molto ambiziosi da raggiungere entro il 2020: ormai ci siamo, ce l’avete fatta?
Il nuovo Corporate Social Responsibility di Millet Mountain Group uscirà nel marzo 2020 e lì avremo i dati per fare il punto esatto della situazione. Posso però anticiparti che non abbiamo centrato l’obiettivo al 100%, ma stiamo migliorando molto sugli obiettivi del Low Impact, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento, dove siamo vicini al 90% del target. Bisogna tenere conto che in diversi casi la richiesta di capi certificati cresce più velocemente rispetto alla produzione e quindi alla disponibilità di questi capi ecosostenibili sul mercato.

 

Quindi le aziende che si occupano di riciclare i materiali o di produrli da fonti sostenibili non stanno riuscendo a stare al passo con le richieste del mercato?
Esatto. E questo è sicuramente un dato molto positivo. Poi ci sono altri limiti dovuti anche alle esigenze del prodotto finale: penso per esempio alle collezioni per l’alpinismo, dove è necessario che il settore ricerca e sviluppo delle aziende che ci forniscono i materiali arrivi a concepire prodotti che siano al 100% PFC free che però offrano al contempo le stesse performance di quelli che li contengono.

L’industria della moda è tra le più inquinanti al mondo. È stato calcolato che ogni anno circa 12 milioni di vestiti finiscono negli inceneritori, per svariate ragioni. Inoltre gli abiti non durano più nel tempo come in passato, anche perché spesso si rivelano di qualità inferiore. Come affronta la questione il Millet Mountain Group?
Il feed back dei consumatori sui nostri capi è molto positivo: i nostri clienti pensano che i nostri prodotti durino nel tempo, e anche i resi sulla qualità hanno una percentuale molto bassa. Del resto la filosofia aziendale è quella di produrre capi durevoli e di alta qualità. Poi siamo molto impegnati anche sul riciclo dei tessuti e sul servizio di riparazione, tanto che abbiamo del personale dedicato al 100% proprio solo alla riparazione.

Herve Locatelli – Millet Mountain Group

Questa è una cosa molto bella, ma mi domando: conviene economicamente all’azienda?
È un impegno che dichiariamo e a cui non possiamo venire meno. Certo c’è un ritorno di immagine, ma si tratta anche di una richiesta che arriva proprio del consumatore: perché si affeziona al suo prodotto, a cui è legato da ricordi personali, e non lo vuole sostituire con uno nuovo oppure perché è lui stesso sensibile ai temi ambientali.

Cosa ne fate dei vecchi capi che recuperate, come li riciclate?
Dipende, in base alle condizioni decidiamo se ripararli o darli in beneficenza. Eider lavora con una ONG che si chiama “Riders for refugees”, che dona indumenti caldi ai rifugiati, mentre Millet con l’Associazione 824000 che porta in montagna persone che non avrebbero questa possibilità altrimenti: a loro diamo prodotti in beneficenza per sostenere il loro progetto. Poi lavoriamo non solo sul recycling ma anche sull’upcycling, che consiste nell’utilizzo di materiali di scarto, destinati ad essere gettati, per creare nuovi oggetti. In questo secondo caso i nostri capi usati vengono donati ad associazioni che organizzano speciali workshop per creare nuove borse o accessori.

Prossimi obiettivi per il futuro?
Oltre a portare avanti le azioni che abbiamo già in atto, abbiamo 3 grandi obiettivi per il 2025:

  • Migliorare e sviluppare il label Low Impact
  • Ottenere la certificazione BCorporation
  • Lavorare sul concetto di “Carbon Neutrality”, quindi puntare al bilancio zero tra emissioni di inquinanti e azioni volte a “neutralizzare” l’inquinamento che abbiamo rilasciato nell’atmosfera con la nostra produzione.
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